Ci sono cose che non si possono dire. Parole, espressioni, formule talmente tabù da far vibrare di terrore perfino Cthulhu nella sua alcova a R’lyeh.
Una di queste blasfeme formule arcane, capace di risvegliare i più mostruosi e reconditi orrori di questo universo, è sicuramente “Italia agli italiani”. Specie se cotanto orrore viene vergato da imberbi virgulti della Romagna da bere: sia mai che, nelle terre dell’antifascismo militante, si provi a evocare — fosse pure per eccesso d’amor patrio — un minimo di normale dialettica partitistica e nazionalista. Nazionalista: altra parola divenuta blasfema di questi tempi.
Sia mai, soprattutto, che si provi semplicemente a esprimere un’idea leggermente contraria alla direttiva maestra della sinistra: la totale cancellazione dell’identità nazionale e il completo asservimento a poteri sovranazionali. Che siano l’URSS o l’UE poco importa: l’importante è essere schiavi.
Capita così, quindi, tra un prosecco e un aperitivo in un caldo giugno di metà anni Venti, di trovarsi a strabuzzare gli occhi dinanzi all’ennesima dimostrazione di autolesionismo di una nazione. Prima ancora che di una classe politica: lo sfacelo e il degrado morale vengono dal basso; chi comanda non fa altro che cercare di raccogliere consensi, solleticando la pancia dell’elettorato a lui più vicino.
Una nazione incapace perfino di sentirsi amata e importante. Una nazione che ormai gode a essere “nave sanza nocchiere in gran tempesta” e a vedersi vituperata in ogni modo.
Mala tempora currunt.
Io, comunque, a scanso di equivoci, lo dico: non sono africano. E se da Cesena vogliono venirmi a ritirare il diploma, amen.